NPL: c’è baruffa nell’Euro


a cura di Cosimo Cordaro
direttore editoriale

NPL: c’è baruffa nell’Euro

Dopo un anno positivo in Italia, per l’eliminazione degli stock dai bilanci delle banche, aria di possibili e rischiosi sviluppi in sede comunitaria. La proposta di direttiva che imporrebbe accantonamenti per i rischi futuri e l’apertura del mercato ai servicer di altri Paesi.


Si annunciano precipitazioni in fatto di NPL, all’interno dell’Unione Europea. O meglio: c’è aria di possibile “baruffa”, cioè di tensioni tra banche detentrici degli stock, istituzioni e servicer, oltre che tra operatori del mercato secondario stessi, con sedi in diversi Paesi membri. Non fraintendeteci, la possibile mareggiata sarebbe spinta dal vento delle migliori intenzioni e, probabilmente, condurrebbe nel medio periodo a risultati positivi per tutti: istituti di credito, servicer e imprese o risparmiatori. Ma un po’ di concreto realismo, dettato dalla pratica quotidiana, non può che condurci a riflettere sugli effetti di breve periodo – soprattutto in Italia – di un provvedimento futuro e incerto, ma destinato, se approvato, a cambiare le regole del gioco in un mercato sempre più cruciale.

Parliamo della “Proposta di direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio relativa ai gestori di crediti, agli acquirenti di crediti e al recupero delle garanzie reali”. Il documento, elaborato in vista dell’auspicato completamento dell’unione bancaria europea, non è recentissimo, data ormai quasi un anno, e proprio per questo si fa via via più vicino il momento in cui potrebbe essere trasformato in provvedimento vincolante.


Due i temi caldi. Le istituzioni europee si preoccupano, giustamente, in primis degli effetti che la permanenza, in pancia alle banche, di crediti deteriorati in quantità rilevanti potrebbe esplicare (anzi, esplica…) sulla capacità degli istituti stessi di erogare crediti alle imprese, più in particolare alle PMI. Il discorso ci tocca da vicino in due modi. In primis perché è proprio la texture dell’economia italiana a essere intrecciata, soprattutto, di piccole e medie imprese. In secondo luogo perché l’ipotesi di regolamentazione, considerando evidentemente superata l’emergenza, chiede agli istituti di credito accantonamenti preventivi, per far fronte alla futura e incerta acquisizione e gestione di crediti non esigibili.

Ora noi sappiamo bene che, nonostante il buon andamento del mercato specifico nell’ultimo periodo (clicca qui per vedere l’ultimo rapporto Market Watch di Banca Ifis), in Europa a conservare nel cassetto gli stock più rilevanti di NPL sono ancora le banche italiane. Se al denaro messo da parte per fronteggiare gli effetti possibili di quanto detenuto si dovesse sommare quello da “risparmiare” per affrontare i possibili rischi a venire, beh, almeno nell’immediato è facile pensare che i buoni propositi di “protezione” del credito qui da noi produrrebbero istantaneamente l’effetto contrario, almeno per un primo periodo, ovvero una piccola o grande ulteriore stretta creditizia nei confronti degli operatori economici.

Un secondo punto riguarda ancor più direttamente professionisti e aziende impegnate nel settore del recupero crediti. Al fine di favorire l’emergere di un efficace mercato secondario dei crediti deteriorati – ostacolato fino a oggi, a dire degli autori, dalla diversità del quadro normativo nei vari Stati membri – la proposta fissa standard comuni per i terzi gestori di crediti, operanti nei suoi confini, in modo da garantirne l’idonea condotta e vigilanza in tutta l’Unione, consentendo al contempo una maggiore concorrenza tra gestori grazie all’armonizzazione dell’accesso al mercato in tutti gli Stati membri. In parole povere, all’approvazione della proposta e sua trasformazione in direttiva, il mercato di ciascuno stato membro si aprirebbe completamente agli operatori (servicer) con sede in tutti gli altri. Bene, bravi, bis. Il pensiero che ci fa aggrottare la fronte nasce sempre lì: la particolarità del caso italiano. I più appetitosi portafogli NPL ancora detenuti dalle banche, per quantità e qualità, sono proprio quelli italiani. Con la deregulation comunitaria è ipotizzabile un’autentica “calata dei barbari”, a rendere la lotta per accaparrarsi i rispettivi “tesoretti” all’ultimo sangue, tra soggetti nazionali e comunitari.

Secondo gli estensori “si abbasserà così il costo di ingresso ai potenziali acquirenti di crediti grazie alla maggiore accessibilità e ai minori costi di gestione. A parità delle altre condizioni, la presenza sul mercato di un maggior numero di acquirenti dovrebbe promuovere un mercato più competitivo con un numero maggiore di compratori, e quindi far aumentare la domanda e i prezzi di negoziazione”. Sulla carta, perciò tutto bene, non c’è dubbio. Ma permetteteci un minimo di preoccupazione per le probabili evoluzioni del mercato, almeno nelle strette more della possibile entrata in vigore del provvedimento, così com’è stato proposto. Chi (sopra-)vivrà, vedrà.


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