Quando il bullo va in Rete, serve il cyberdetective


a cura di Cosimo Cordaro
direttore editoriale

Quando il bullo va in Rete, serve il cyberdetective
Blue Whale, ma non solo: milioni di piccole e grandi violenze sui nostri figli vanno in scena sul Web ogni giorno. A sanzionare pensa la legge, ma gli investigatori sono pronti ad aiutare con efficacia le famiglie, a scoprire, individuare, identificare i responsabili?


Alla fine è servita una Balena Azzurra.
Molti hanno aperto gli occhi sui pericoli che la Rete riserva a ragazzi e adolescenti grazie alla recente notorietà di Blue Whale, il sadico gioco che in un macabro percorso allucinatorio e masochistico spinge i giovani al suicidio e, solo in Russia, terra d’origine, conta già oltre centocinquanta vittime.
Ma chi non vive con il paraocchi, o isolato in una baita d’alta montagna, senza contatti con l’esterno, lo sa da un pezzo. Il cyberbullismo esiste, è diffuso, colpisce, fa male. Anche senza raggiungere le tragiche vette appena menzionate, il bullismo, la sopraffazione, l’attacco continuo, ripetuto, offensivo e sistematico, attuato mediante gli strumenti messi a disposizione da Internet, è in grado di lasciare cicatrici profonde, spesso indelebili nella psiche e a volte nel corpo dei minorenni.

La pratica assume molte forme, alcune eclatanti altre più striscianti: molestie, denigrazione, sostituzione di persona, l’inganno volto a ottenere la fiducia e poi pubblicare o condividere informazioni confidate, esclusione, cyberstalking. Poi il doxing, ovvero la diffusione di dati personali e sensibili, infine le minacce di morte.
In comune hanno la ferocia del “presunto” forte, da solo o in gruppo, verso colui che è ritenuto più debole o esposto. In una fascia d’età in cui le insicurezze sono spesso inevitabili e il carattere, in via di formazione, mostra il fianco ai nemici più determinati e cinici.


Il fenomeno, peraltro, presenta confini ben più estesi di quanto si pensi: una ricerca del 2015 rivela che in Italia l’1,3% degli studenti delle superiori e il 3,8% di quelli delle medie hanno dichiarato di essere stati coinvolti direttamente in episodi di cyberbullismo. Il 42,7% degli studenti delle medie dice di essere stato oggetto almeno qualche volta di insulti o commenti cattivi o poco gentili via Internet. In Inghilterra risulta che addirittura un ragazzo su quattro, tra gli 11 e i 19, anni sia stato minacciato da un bullo via e-mail o sms.
E non infieriscono solo i maschi. Tra le “fanciulle” la pratica è comune e mostra aspetti peculiari e sovente crudeli, che favoriscono reazioni e conseguenze pesantissime.

Esistono naturalmente gli strumenti legislativi per punire i colpevoli e farli desistere dall’azione lesiva. Ma, trattandosi di materia digitale, a oggi appaiono ancora armi spuntate, inadatte alla vorticosa e rapidissima evoluzione di strumenti e modi d’offesa.
D’altronde, spesso, è molto complessa l’opera di individuazione e identificazione stessa del o dei bulli, oppure talmente costosa da consigliare la diluizione, per usare un eufemismo, dell’impegno profuso dalle autorità.

Da genitori, come intervenire in fretta e in modo efficace, al comparire dei “sintomi” o all’affiorare dei sospetti?
Ricorrendo a un buon investigatore, per esempio.
Oggi la nostra professione è matura. Gli strumenti informatici a disposizione sono tanti, evoluti, precisi. Le competenze ad hoc si trovano sul tavolo, pronte a essere apprese e aggiornate tempestivamente. Gli esperti a supporto abbondano.
In un senso nuovo e denso di valore, la nostra professione può assumere, una volta di più, una importante funzione sociale.
Servono da parte nostra la voglia e l’impegno, sempre più convinto e attento. La determinazione a non essere spettatori, ma protagonisti dei tempi.
Siamo pronti ad accettare la sfida, anche per amore dei nostri figli?

di Cosimo Cordaro
© Riproduzione riservata


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