Crisi: basterà il codice per salvare le imprese?


a cura di Redazione
segreteria di redazione

Al convegno organizzato dall’Osservatorio T6, riflettori puntati sul Codice della crisi, posticipato al 2021. Occorrono tempi più lunghi per l’adeguamento delle aziende alle nuove regole, ma soprattutto un diverso rapporto tra aziende, professionisti e mondo del credito.

Per salvare le aziende italiane dal post-pandemia, il Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza è un valido strumento ma occorre un cambio di mentalità ed un diverso rapporto tra banche, imprenditoria e professionisti. E’ l’indicazione emersa durante l’incontro La crisi c’è, ma il Codice non ancora…”, il secondo dei quattro incontri previsti dal convegno online “Evoluzioni”, organizzato dall’Osservatorio T6, il Tavolo di studio sulle esecuzioni italiane.

Il Codice della crisi, la cui entrata in vigore è posticipata al settembre 2021 a causa dell’emergenza sanitaria, riordina le procedure fallimentari, disegnando un sistema articolato in grado di accompagnare le imprese verso soluzioni condivise, aiutandole a ristrutturarsi e salvaguardandole dall’insolvenza. La normativa coinvolge, ognuno per le sue competenze, le imprese stesse, le banche, gli organi di controllo societario e, in ultima battuta, il sistema giudiziario: l’obiettivo è identificare soluzioni condivise, gestite dall’Ocri, l’organismo di composizione della crisi d’impresa, ed evitare il fallimento.

L’Italia del Coronavirus e delle piccole imprese sarà in grado di applicare il Codice, difendendo le aziende sane?

“Come Associazione di studio sulle procedure esecutive – ha esordito Stefano Scopigli, Presidente dell’Osservatorio T6una riflessione sul Codice della crisi e sulle sue potenzialità di risposta è quasi obbligatoria. La salvaguardia del sistema produttivo appare fondamentale ed è per questo che abbiamo chiamato i migliori analisti sul campo per individuare indicazioni di sostegno all’intera filiera del credito”.

Una filiera che vede nei professionisti un primo avamposto per intercettare i primi sintomi della crisi. In tal senso Andrea Foschi, componente del Consiglio Nazionale dei Commercialisti ed Esperti contabili, ha da sempre sostenuto l’idea di concedere più tempo alle imprese per adeguarsi ai parametri organizzativi imposti dalla normativa. La struttura delle piccole aziende, in numero preponderante nel nostro tessuto imprenditoriale, non può essere rivoluzionata in pochi mesi – ha sottolineato – già a suo tempo avevamo richiesto un rinvio a tale scopo. Certamente, appare molto difficile fare previsioni sulla crisi legata al Covid 19, ma è pur vero che questo rinvio sarà estremamente utile per rendere il Codice ancora più attuale e funzionale agli scopi per cui è stato scritto, introducendo temi ‘aziendali’, senza stravolgerne l’impianto. Ricordiamoci però che il primo bilancio che noi professionisti siamo chiamati a verificare sarà quello del 2020, vale a dire un bilancio di ‘guerra’. Dovremo quindi capire bene come leggerlo e contare su risposte adeguate anche dalle istituzioni”. Foschi, che ha anche fatto parte della Commissione Rordorf, organismo di studio della riforma del diritto fallimentare, ha auspicato “che il ruolo dei commercialisti non sia quello di meri esecutori di adempimenti giuridici, ma, al contrario, sia essenziale nel controllo dei bilanci, in modo da comprendere il reale stato delle aziende”.

Decisamente critico il giudizio di Alberto Angeloni, partner di DLA Piper ed esperto di diritto fallimentare nazionale e internazionale. Per Angeloni la normativa anti-crisi va rivista.Il fatto che l’entrata in vigore del nuovo codice della crisi sia stata rinviata di un anno, del resto, mostra chiaramente anche i dubbi del Legislatore – ha osservato – . Va sicuramente apprezzata l’intuizione che ne sta alla base, ovvero l’idea di anticipare l’emersione della crisi. Ma poi, quali sono gli strumenti a disposizione per uscire dalla crisi? Gli stessi di prima, un po’ aggiornati”. Il vero punto, per l’avvocato, “è che l’azienda, nella maggioranza dei casi, va in crisi per un problema di governance, ovvero per una gestione inadeguata da parte del management. Occorre quindi integrare le previsioni del Codice proprio su questo punto”. Da rivedere, secondo Angeloni, anche tutto il sistema dei privilegi. “Ha ancora senso privilegiare per legge taluni creditori rispetto ad altri?”, si domanda l’avvocato. Da rivedere anche il concordato in continuità e il sistema del voto sulle proposte concordatarie.   “Ma tutto questo – ha concluso – sarebbe inutile senza una profonda riforma del diritto fallimentare penale e una redistribuzione del lavoro delle sezioni fallimentari, oberate anche da incombenze che si potrebbero lasciare ad altri”.

Pur condividendo alcuni appunti, è di ben altro registro la riflessione di Roberto Fontana, sostituto procuratore del Tribunale di Milano presso il Dipartimento delle crisi d’impresa ed ex componente della Commissione Rordorf. “Il Codice è nato con l’obiettivo di costruire un sistema di prevenzione ed emersione anticipata della crisi – ha commentato –. La stessa procedura di allerta vuole essere un ausilio all’impresa, uno stimolo ad utilizzare gli strumenti interni per evitare il peggio. Tuttavia il Covid 19 ha imposto prudenza, la pandemia ha duramente colpito il mondo delle imprese, lo stesso Decreto Liquidità ha stabilito una moratoria per le procedure esecutive”. In questo quadro, resta però da capire quali aziende siano in crisi per colpa del blocco della attività e quali, al contrario, siano decotte già in tempi pre-Covid per cause ordinarie. “E’ difficile distinguere, ma è necessario – ha chiarito l’impresa insolvente per cattiva gestione crea un effetto a catena di mancati pagamenti, nei confronti di altre aziende, che rischiano così di trovarsi a loro volta in difficoltà.  Anche questa è un’alterazione della concorrenza. Senza dimenticare il danno per lo Stato, che ad oggi attende 160 miliardi di euro per tasse e contributi non pagati da aziende purtroppo finite in fallimento”.

Un cambio di mentalità è quindi necessario. Lo ha confermato Gabriele Gori, Head of Italy Credit Risk Portfolio di Unicredit: “Il Covid provocherà un cambiamento senza precedenti. Per reagire in modo adeguato, il Codice è uno strumento imprescindibile, magari non perfetto, che può davvero aiutarci a invertire la tendenza. Ma il nostro impegno dovrà riguardare soprattutto il rapporto tra banche e imprese, che non potrà più seguire vecchi paradigmi, ma nuove strade, primo tra tutti un’autentica collaborazione tra credito e impresa”.

Se quindi dal punto di vista operativo Gori ha fornito indicazioni concrete – business plan credibili, gestione del circolante, programmazione del flusso di cassa – la vera preoccupazione riguarda la maggiore capitalizzazione delle aziende, nodo irrisolto della fragile economia italiana. “Per questa ragione, affrontare la crisi significa promuovere un cambiamento culturale – ha concluso Gori – che passa per un vero e proprio patto tra imprese, professionisti e sistema bancario, in grado di favorire e rafforzare la gestione virtuosa delle aziende e, in ultima analisi, il rilancio dell’economia”.


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