Il potere dei Big Data


a cura di Redazione
segreteria di redazione

Il potere dei Big Data
Milioni di informazioni personali oggi in mano a poche aziende, una vera e propria corsa al potere.


Chi possiede il maggior numero di informazioni, detiene il potere e, nell’era di internet, chi non solo ha accesso ma possiede fette di Big Data, acquisisce ricchezza e al contempo potere.

Un potere capace di minare addirittura la democrazia, avverte Antonello Soro, Garante della privacy, intervenuto al convegno “Big Data e privacy” di Roma, degli scorsi giorni. Ciò che è emerso è come milioni di informazioni personali siano oggi in mano a poche aziende e questo non solo a causa dell’incessante sviluppo tecnologico, oppure conseguenza della digitalizzazione e di quello che appare un vero e proprio business tecnologico e di tecnologie, ma una vera e propria corsa al potere.


Una strategia quindi intravista da Soro, atta a minare le fondamenta della nostra società, della libertà individuale e della democrazia. “Un esiguo numero di aziende possiede un patrimonio di conoscenze enorme e dispone di quei mezzi capaci di indirizzare la propria influenza su ciascuno di noi-sollecita Soro che poi continua ammonendo-di conseguenza potenzialmente tutto ciò potrà condizionare in modo decisivo, coercitivo o inconsapevole, un numero sempre maggiore di persone, se non addirittura l’intera umanità”

I Big Data si sa sono oramai un florido affare economico in quanto si sa che essi sono “un fattore strategico di produzione” come li definisce lo stesso Soro. Ma proprio per questo c’è il fattore rischio dell’utilizzo di questi dati poiché possono essere oggetto di “sottili forme pervasive di controllo”. Dati che noi stessi alimentiamo in continuazione con abitudini di continua connessione e condivisione. Si pensi solo ai social media o alla rete con i motori di ricerca sempre in funzione, ma anche i Gps e la tracciabilità di celle telefoniche di un cellulare.

Pare quindi che il pericolo vero non siano quelli che si vedono, ma quelli di cui ciascuno rimane incosciente, ossia le poche aziende che custodiscono, si fa per dire, i nostri segreti. Noi stessi quindi abbiamo dato le chiavi di accesso alle nostre vite e un potere che affianca, se non addirittura sovrasta, le autorità statali. Una breccia nella democrazia a cui il Garante Soro auspica una presa di consapevolezza da parte dell’opinione pubblica che quindi prema per una garanzia dei propri diritti, anche e soprattutto, ora come ora, nel mondo dell’ on-line

Una risposta ha cercato di darla il ministro per i Rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro che però ha evidenziato come il porre un limite in un regolamento, quando si parla di web, si scontra con la mancanza di confini, in quanto le nuove tecnologie non hanno confini circoscritti a Stati, ma sfuggono ad una individuazione territoriale.

In merito sorge poi un ulteriore fattore che coinvolge le amministrazioni pubbliche. Come ogni cittadino privato anche le pubbliche amministrazioni si trovano a doversi confrontare con le minacce della “rete”. Esse inoltre conservano innumerevoli dati personali e sensibili che però sono individuabili in informazioni incomprensibili. Questo il punto di vista del nuovo commissario straordinario per l’attuazione dell’agenda digitale nazionale Diego Piacentini, che appare di opposta idea e che si trova invece interessato a decodificare i dati e renderli quindi sfruttabili, anche solo per migliorare i servizi della PA “non esiste alcuno standard di produzione, analisi e manutenzione di quei dati e manca una specifica attenzione al loro valore economico”. Di contro quindi in questo caso Piacentini e il suo staff di venti persone stanno lavorando per creare un framework che valorizzi l’asset rappresentato dai milioni di informazioni custodite dagli uffici pubblici, in modo da renderle interpretabili, consentire la libera fruizione degli open data, tutto nel rispetto della privacy che, invece, viene invocata da chi non vuole lavorare in tal senso.

di Katja Casagranda
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