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Licenza di spiare


a cura di Redazione
segreteria di redazione

Licenza di spiare

Sincronizzazione dei dati, geolocalizzazione e app, amici e nemici che ci rendono merce di scambio per gli squali del mercato.

Quando non paghi una cosa, che sia un oggetto, un servizio o un mezzo, ricordati che la merce sei tu. È questa una delle regole d’oro del commercio oggi. Nulla viene regalato nell’economia attuale e se qualcosa non ha un prezzo vuol dire che qualcuno ci sta guadagnando indirettamente e quindi siamo noi la merce di scambio.

Una regola che dovrebbe far pensare ogni volta che accediamo al nostro dispositivo elettronico di cui nessuno oramai fa senza. Vuoi che sia un cellulare, un iPad, un pc, la nostra appendice tecnologica oramai non funziona più se non acconsentiamo a tutta una serie di contratti che sottoscriviamo o che accettiamo tacitamente, ma anche senza l’installazione di app che ci chiedono l’accesso ad ogni memoria ed ambito del dispositivo, così come se non accendiamo la geolocalizzazione.
Non solo, sempre per facilitarci la vita, si fa per dire ovviamente perché appunto se è gratis siamo noi la merce, i programmi installati e i motori di ricerca ora si “Parlano”.  Eclatante l’account Gmail che oramai tutti abbiamo per poter usare il nostro iphone o smartphone. Ma già si sa che Google ci spia. Non è novità che Google immagazzina i nostri dati, persino dal traffico mail, e poi ci fa arrivare l’offerta economica ritagliata su misura, oppure ci propone come prime opzioni del motore di ricerca ciò che più si avvicina alla nostra tendenza.
Simile il meccanismo che succede su You Tube, piuttosto che su Facebook o Instagram o ancora in qualsiasi sito on line su cui abbiamo fatto ricerche o comperato un prodotto. Ciò tende a creare nicchie chiuse di comunicazione, quasi recinti in cui ci costruiamo un mondo fatto su misura per noi dai logaritmi matematici, chiudendoci le menti.

Altra cosa la sincronizzazione dei dispositivi. Da Google e Firefox nella nuova versione l’allettante offerta nell’installazione è quella di permettere al motore di ricerca di tenere memoria della propria vita web e di sincronizzarla su tutti i nostri dispositivi in tempo reale. In poche parole facciamo saltare alcuni passaggi ed alleggeriamo il lavoro di un possibile profilatore. Un qualcuno che volesse intrecciare i nostri dati e quindi incrociare le informazioni per creare un nostro profilo che può diventare appetibile e vendibile per svariate realtà. Economiche, commerciali, politiche e quant’altro.

Perché, ci si dovrebbe chiedere, Facebook tiene memoria dei nostri spostamenti? Molte funzioni del nostro cellulare non possono essere utilizzate, e guarda caso la maggior parte sono quelle social, se non è attiva la geolocalizzazione.
Sono pochi passaggi quelli che ciascuno può fare per reperire tutta la memoria dei propri spostamenti di cui tiene memoria Google Maps. Benchè in molti scoprendolo si allarmano, ben pochi hanno spento la geolocalizzazione, che ad ogni modo funziona pure quando noi non ne siamo consapevoli. Ma ciò che sorprende è scoprire che quando si fa ordine nel proprio profilo Facebook si scopre che pure questo ha memoria dei posti che frequentiamo.
A questo punto sorge la domanda se ci si debba stupire che i nostri dati siano un bene quantizzabile in moneta sonante e se davvero sia così da cospirazionista la notizia per cui in molti illustri media internazionali hanno sottolineato che dietro al successo dei social network ci siano agenzie come la CIA.

Viene alla mente molta cinematografia fra cui uno dei primi film che si occupò della privacy fittizia di cui pensiamo di godere, “Nemico pubblico” del 1998 con Will Smith. Da allora le cose sono solo peggiorate per l’uomo comune, migliorate per chi invece manipola i dati o riesce ad accedervi.

di Katja Casagranda
© Riproduzione riservata

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