Il destino della sicurezza privata


a cura di Alessandro Cascio
tastiera all'esperto

Il destino della sicurezza privata

Circa la regolamentazione del settore della sicurezza privata Alessandro Cascio, nella sua posizione di Presidente Associazione Professionale Investigazioni e Sicurezza APIS solleva dubbi e perplessità. A suo avviso manca una chiara definizione e un virtuoso confronto con tutte le parti in causa. Qui di seguito si pubblica il suo contributo in cui analizza la situazione e individua le criticità che avrebbe rilevato dall’alto della sua posizione di parte. Un pensiero che può essere condiviso o meno e che ci si augura inneschi invece un interessante e fruttuoso dibattito


Questo che segue è il punto di vista di Alessandro Cascio, Presidente di APIS.

Se un imprenditore fosse interessato ad avviare un’attività nell’ambito della sicurezza sussidiaria (portierato) e si imbattesse nel web per ricavarne una guida utile, si scoraggerebbe subito o ne trarrebbe informazioni del tutto fuorvianti. Se poi decidesse di rivolgersi alle autorità preposte si smarrirebbe in un ginepraio di interpretazioni possibili.


Lo stesso Ministero dell’Interno, del resto, lascia in un limbo di incertezze il settore con un corollario di risposte non date, seppure la visione di massima è quella di non osteggiare le attività in parola. Tanto è vero che l’Associazione Professionale Investigazioni e Sicurezza (APIS) il 1° giugno ’16 e ancora il 1° marzo ‘17 ha interpellato il Dicastero con una disamina sul tema senza avere – purtroppo – alcun riscontro.

Il portierato, del resto, è stato liberalizzato (Legge n. 340/2000) ma il dubbio amletico resta quello di chiedersi se un settore economico non regolamentato ha bisogno di regole per crescere o può farne a meno.
Ci troviamo al cospetto di due correnti di pensiero contrapposte. La prima ritiene che un’attività sia lecita qualora esista una legge che la disciplini, la seconda sposa il principio per cui è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato (nullum crimen sine lege).

La verità è che il “portierato” cui la norma citata si riferisce, ossia l’attività in allora regolamentata dall’art. 62 del T.U.L.P.S., è sostanzialmente altra cosa rispetto ad oggi, parliamo di quella che i CCNL identificano – finalmente – come servizi fiduciari, assimilando la battaglia culturale finalizzata a distinguere il “portiere” di albergo/condominio dalla “guardia privata di sicurezza” non armata.
Se da una parte bisogna rispettare il principio di libertà economica e l’iniziativa imprenditoriale, dall’altra si rischia di affossare la libertà d’impresa per un atteggiamento di chiusura alle nuove tendenze di mercato o per le pressioni provenienti da settori più tradizionali (Istituti di Vigilanza) e – così – il legislatore rischia di mettere in campo soluzioni paradossali che affosserebbero un intero settore economico in pieno sviluppo e in continua evoluzione.

Innanzi tutto, non si può trascendere da una panoramica generale sul mondo della sicurezza privata da cui si evince una netta contrapposizione tra operatori armati e disarmati e non si può sottovalutare la crescita numerica di questi ultimi, richiestissimi dal mercato, sino a rischiare sconfinamenti nelle attribuzioni tipiche delle guardie giurate.
La notevole espansione dei servizi fiduciari, ampiamente prevista dallo scrivente in tempi non sospetti, a prescindere dai meandri o dai vuoti normativi, lascia presagire un nuovo modo di fare sicurezza e sposa la necessità, oramai dilagante, di ottimizzare i costi avendo a disposizione un operatore che sia significativamente utile allo scopo. La committenza – insomma – guarda alle proprie effettive esigenze e non si lascia condizionare dalla disputa, spesso sterile e oscura, inerente i confini d’intervento cui è soggiogata taluna figura professionale o l’altra, campo minato persino per gli organi preposti ai controlli.

Uno sforzo ben indirizzato da parte del legislatore potrebbe generare nuova linfa per la “security” nostrana, sempre che non prenda il sopravvento la pretesa di monopolizzare il business e portarlo nella sfera d’azione di un unico interlocutore.
La mancanza di una disciplina organica o di una compiuta regolamentazione, per assurdo, può essere persino preferibile se il decisore politico andasse nella direzione sbagliata o se una nuova ipotetica disciplina si cristallizzasse su interessi lobbistici.

La mancanza di innovazione e slancio, l’assenza drammatica di formazione e le congetture del mercato hanno intorpidito e inaridito la vigilanza tradizionale portandola a soffrire di malattie degenerative importanti e non è l’assimilazione ingorda di tutto quanto gravita nel calderone della sicurezza privata a poterla rigenerare. Si veda la figura dell’ex buttafuori. La norma ha previsto che potessero occuparsene anche gli I.V.P., idem per l’antitaccheggio (strictu sensu), eppure il mercato, in detti comparti, viene dominato clamorosamente da altri. Ci si interroghi sulle motivazioni.

Sono esempi eclatanti in cui il legislatore non è stato certamente lungimirante e ha assecondato logiche controproducenti, senza calcolare l’impatto che avrebbero potuto avere tra i potenziali soggetti acquirenti. Posso creare una struttura giuridica che tutela la vendita di un “servizio” ma se poi la committenza la elude perché la trova iniqua e retriva o ritiene improbabili le competenze in campo del soggetto che vorrebbe arrogarsi l’appalto, abbiamo tradito un principio fondante del marketing e domanda e offerta non si incontreranno mai.

Ci sono marchi blasonati della Grande Distribuzione Organizzata che hanno sagacemente affidato ai servizi fiduciari compiti di “osservazione dinamica” all’interno dei loro Punti Vendita, allo scopo di monitorare il comportamento delle persone e non i beni (si badi bene), modalità che non prevarica in nessun modo l’impianto normativo odierno e permette, altresì, una efficace deterrenza contro i furti. Questa soluzione surclassa il tentativo di regolamentare l’attività di “antitaccheggio” attraverso norme astruse e ancora una volta dimostra l’inefficacia di un legislatore capace di contraddirsi continuativamente, infatti nel Vademecum Operativo del 2011 per l’attuazione del D.M. 269/’10 legittimava  i servizi di portierato ad occuparsi di tale attività, salvo poi smentirsi in alcune successive circolari ministeriali che restano – vi ricordo – fonti extra-legislative, in quanto hanno solo finalità informative/interpretative.

In questo marasma il Ministero competente si ostina a dialogare con le “associazioni di categoria” più rappresentative (?) in seno ad una Commissione Consultiva Centrale (istituita  nel 2009) composta da esperti nel settore designati dalle stesse associazioni, senza tener conto di due fattori fondamentali.

Il primo è la nuova disciplina sulle associazioni professionali (legge n.4/2013) che di fatto rende obsolete le “associazioni di categoria” e la seconda è che la rappresentatività di un sodalizio non si può determinare in ragione dei tesserati poiché tale dato numerico, conferito agli organi istituzionali in regime di autocertificazione, non può essere considerato attendibile, univoco e verificabile.
Invitiamo il decisore politico e gli organi istituzionali ad essere più scrupolosi di quanto abbiano dimostrato sinora e, alla luce delle novità che potrebbero intervenire con le imminenti elezioni, si auspica che il settore della sicurezza privata possa rimanere al passo con i tempi secondo una vision moderna e futuristica attraverso l’applicazione di normative snelle, volte a soddisfare le più disparate esigenze della committenza che possono essere preventive, protettive, dissuasive.
Si attende da anni una legittimazione, per esempio, della figura della “guardia del corpo” ma anche qui il rischio potrebbe essere quello di partorire una norma grottesca che non consentirebbe sviluppi significativi ma assegnerebbe benefici unilaterali, monopolizzando pericolosamente il mercato.

Alessandro Cascio
Presidente Associazione Professionale Investigazioni e Sicurezza (APIS)
© Riproduzione riservata


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