L’investigatore di Maradona: “Per il nostro mestiere il fattore umano è tutto”


a cura di Redazione
segreteria di redazione

L’investigatore di Maradona: “Per il nostro mestiere il fattore umano è tutto”

L’investigatore Antonino Restino ci racconta del periodo in cui pedinava Maradona, della sua lunga carriera e del modo in cui è cambiato il settore delle investigazioni private


Da circa un mese l’investigatore privato Antonino Restino, titolare dell’agenzia AZ Investigation, è salito alla ribalta mediatica per aver rivelato nel libro “La spia de Dios” le notti trascorse a pedinare Diego Armando Maradona. Il libro, scritto da Elisabetta Masso e Carla Reschia e pubblicato da Rogiosi Editore, racconta l’esperienza di Restino, che nel corso degli anni del Grande Napoli ha spiato il Pibe de Oro su mandato della società partenopea. Restino ha voluto raccontarci i retroscena di quell’esperienza, soffermandosi sul lato umano del suo mestiere e su come sia cambiata nel corso degli anni la professione di investigatore privato.

Sig. Restino, quando e come è iniziata l’indagine a Diego Armando Maradona? Ci racconti qualche aneddoto in merito.
Siamo alla fine degli anni ‘80, mi arriva una telefonata da un funzionario della polizia molto importante dell’epoca che mi comunica che mi avrebbe contattato il Calcio Napoli perché aveva bisogno di un detective privato. Devo ringraziare, ancora una volta, quel funzionario che pensò a me, facendosi garante per la mia serietà e le mie doti investigative.

Di aneddoti, poi, ce ne sono tantissimi, all’interno del libro “La spia de dios” (Rogiosi editore) ne racconto alcuni che regalano, senza ombra di dubbio, un Maradona diverso da quello che i più conoscono, racconti dove emerge la sua umanità smisurata e la sua generosità. Purtroppo, però, tra i momenti che ho vissuto pedinando il fuoriclasse argentino, ce ne sono anche di spiacevoli. Ricordo, per esempio che molte persone che si avvicinavano a lui come “amici”, in realtà non facevano altro che estorcergli denaro e favori, ed in alcuni casi erano gli stessi che si occupavano di procurargli le sostanze stupefacenti.

Nel corso della sua lunga carriera ha avuto l’occasione di pedinare altri personaggi noti? C’è qualcosa di diverso tra pedinare un personaggio pubblico e uno no?
Sì, di occasioni ne ho avute diverse, ma non posso fare ora i nomi, in quanto i casi sono più recenti rispetto al periodo del “caso Maradona”.
Per quanto riguarda l’attività di osservazione in merito ad un personaggio pubblico rispetto ad un “normale” cittadino, direi che la differenza è notevole in quanto un VIP cerca abitualmente di sottrarsi alle attenzioni dei fan. Da qui, si intuisce che di problematiche ve ne sono parecchie.

Lei ha affermato che a volte ha avuto la tentazione di parlare a Maradona, per aiutarlo. In generale, durante delle indagini, può capitare di voler interferire nella vita dell’indagato?
Qualche volta, devo ammettere, è capitato. Ma stiamo parlando di casi limite. Nel libro, per esempio, parlo di un episodio che mi ha molto segnato. Una donna, a causa della malattia del figlio, era costretta a fare un secondo lavoro per poter racimolare il denaro necessario a pagare le cure del bambino. Questo, purtroppo, interferiva con la prima occupazione in quanto si trattava in ambo i casi di un lavoro sartoriale, quindi c’era un problema di concorrenza.

Ecco, in quell’occasione non me la sono sentita di denunciare il fatto e tenni per me quella scoperta, anzi riuscì, con un sotterfugio, a girare il denaro ricevuto per quell’attività proprio alla donna su cui avevo indagato. Ne aveva sicuramente più bisogno di me e spero in qualche modo di aver alleviato almeno un poco le sue pene.

Ci sono momenti “critici o difficili da gestire dal punto di vista emotivo” per un investigatore durante le indagini?
Ho avuto in molti casi voglia di intervenire fisicamente nelle indagini per difendere clienti da persone spregevoli, che non augurerei di incontrare a nessuno. Per fortuna la mia parte razionale, la mia etica mi hanno impedito di farlo. Ho preferito, dunque, consegnare dei puntuali report agli organi competenti, assicurando queste persone alla legge.

Com’è invece la vita di un investigatore privato?
La vita privata è un po’ complicata perché non sempre possiamo rivelare il caso su cui stiamo lavorando o dove ci rechiamo. Questo in famiglia non è un modus operandi sempre accettato, ma il silenzio è semplicemente finalizzato alla protezione.

Dagli anni ottanta ad oggi cos’è cambiato nella sua professione?
Gli anni ’80 sono stati anni bellissimi perché si andava avanti con l’intuito, la perseveranza, la costanza, la forza di volontà. Si metteva in piedi un’indagine principalmente con l’astuzia. Oggi si lavora, invece, molto con la tecnologia. Con sofisticati mezzi, oramai, si riescono a raccogliere dati fondamentali, senza dar vita ad attività invasive. Certo a mio avviso ancora oggi, la sagacia e la passione sono le carte più importanti per un investigatore. Nel nostro mestiere il fattore umano è tutto.

Oggi parliamo di una realtà ben diversa rispetto a quella che dirigeva negli anni ’80: l’AZ Investigation.
AZ investigation è per me motivo di grande orgoglio. Siamo partiti da zero ed oggi posso vantarmi di avere una società con tanto di certificazione per la quotazione in Borsa. Ricordo ancora le notti in bianco e i salti mortali per raggiungere un obiettivo. Non è stato semplice, ma oggi essere riconosciuto come uno dei punti di riferimento nel settore sia in Italia che all’estero ripaga del tempo speso a lavorare. Sono partito da una piccola realtà a Napoli ed attualmente AZ Investigation conta 5 sedi in Italia; non posso che essere fiero del mio operato, di tutti i miei dipendenti (più di 220) e del percorso svolto fino a questo momento.

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